Dopo tre anni sono di nuovo circondata da occhi furbi e teneri, mani curiose e timide, sorrisi intensi e sinceri. Mi mancavano incredibilmente queste sensazioni, ma fino a che non ne sono stata nuovamente immersa forse non me ne rendevo conto del tutto…ma ora che ci sono dentro, mi chiedo come sia stato possibile tutto questo tempo senza il loro affetto, incondizionato e puro. Bambini e ragazzi che ti scrutano e ti esprimono la loro gratitudine e il loro affetto anche solo con uno sguardo che vale di più di cento parole.
E poi c’è Bhavitha. Questa casa famiglia, questo modo di vivere, questo sogno, questo progetto, questa realtà per la quale ho lavorato con fatica e sforzi, da lontano, per tutto questo tempo, senza ancora mai toccarla con mano. E ora ne sono completamente parte. Ora ci vivo dentro. Ora ne annuso gli odori e ne sfioro le superfici. Sembra incredibile, è una soddisfazione immensa guardare questi muri, seppur già rovinati dal tempo, e pensare che tutto questo esiste realmente solo perché non abbiamo mai smesso di crederci.
Arrivata qui, le prime ore ero ancora confusa, frastornata, mi guardavo intorno quasi stupita, volevo catturare nella mia mente ogni immagine, ogni frammento di vita. Ma è bastato veramente poco per sentirmi a mio agio, per sentirmi a casa. Qui ogni centimetro è utilizzato totalmente, non ci sono spazi vuoti o inutili. La casa è talmente piccola che non si può sprecarne neanche una briciola.
I ragazzi sanno ormai gestirsi e suddividersi gli spazi, senza liti, senza privilegi. Sono ben 22 e la occupano interamente. I pasti vengono consumati nella sala principale, tutti insieme, seduti a terra come vuole la tradizione; ma alla sera il pavimento viene ricoperto da spessi e colorati materassi, pronti ad accogliere i sogni di tutti. Io e Gaia condividiamo un letto in una camera, prima di noi usata come ripostiglio di giochi, di vestiti, di cibo, con altri quattro piccoli bambini, che alla sera si accoccolano sull’altro grande letto e si addormentano ancora prima di spegnere le luci.

Ma alle 6.30 del mattino sono come dei piccoli grilli, che saltano e ridono, guardando stupiti noi che ancora non vorremmo aprire gli occhi.
Il fermento inizia prestissimo da queste parti, c’è chi ripassa la lezione per l’imminente esame, chi deve ancora finire di fare gli ultimi compiti, chi legge tranquillamente il quotidiano appena arrivato, chi già si concentra sui difficili passi di danza da imparare per la prossima esibizione, e nel frattempo, a turno, tutti si fanno la doccia, nelle quattro postazioni disponibili.
E poi la giornata si divide e parte per tutti: i piccolini vanno a scuola, i grandi al college, qualcuno rimane a casa per raggiungere il suo corso (danza, computer, inglese) più tardi, la signora delle pulizie fa la sua prima rinfrescata della casa della giornata (ne seguirà un’altra nel tardo pomeriggio), gli educatori coordinano le attività da fare nei prossimi giorni, prendono contatti con possibili sostenitori, si occupano delle provviste mancanti e le sisters si mettono al computer, cercando di portare avanti, con i soci in Italia, tutto il lavoro che un’associazione richiede. Segue un veloce pranzo, solo con i ragazzi più grandi che hanno finito le loro lezioni e poi ognuno si prende il suo tempo, per riposare, per studiare ancora, per dare una mano in casa. L’atmosfera è rilassata, calma, calda, piena. E a metà pomeriggio la casa si riempie di nuovo di un entusiasmo vivace, frenetico, vorace: vocine tenere, risate fragorose, allegri schiamazzi , rapide e festose corse dentro e fuori, giochi sparsi ovunque e la musica alla radio che amalgama quest’allegria.
Non solo relax e divertimento, ma anche dovere e responsabilità: a turno ci si lava i propri vestiti nel lavatoio all’esterno, li si stende, si ritirano quelli asciutti, i più rigorosi se li stirano; ed è arrivato anche il momento per i più piccoli di fare i compiti, quindi tutti in sala, concentrati, con libri e quaderni aperti , matite e penne alla mano. L’educatore responsabile coordina e controlla che nessuno faccia il furbetto, imponendo una certa severità. Ad addolcire la situazione, però, ci sono le akkalu (sorelle)che riescono a strappare sorrisi anche in questa situazione, dando il loro aiuto per lo svolgimento delle materie in inglese. Il momento del bagno è nuovamente (e metodicamente) arrivato. Sembra quasi un rito per loro, lavarsi almeno due volte al giorno. A noi appare forse eccessivo, o troppo schematico, ma dopo cinque anni di India si capisce che non ha senso soffermarsi troppo sulle diverse abitudini, voler capire il perché di tutto appare troppo pretenzioso, li si lascia fare, secondo la loro quotidianità. Paese che vai, usanza che trovi…no?
Vestiti e profumati , ci sediamo tutti a terra, a formare un grandissimo ovale, nel quale si condividono cibo, sorrisi, parole. E’ un momento di unione, in cui ci si ritrova tutti, a giornata quasi conclusa. Ma non si percepiscono mai segni di stanchezza nei loro volti, anzi, sembrano ancora pieni di energia e vitalità, curiosi, pronti a ricominciare a scatenarsi nelle mille attività in cui sono immersi. Ma, sul più bello di questa considerazione, vedo il più cucciolo dei fratellini, uno scricciolo di soli sei anni, con gli occhietti semichiusi, che fatica ad ingoiare gli ultimi chicchi di riso rimasti. Che tenerezza…. Una carezza e una parola dolce lo accompagnano a lavarsi il viso e finalmente ad accoccolarsi nel letto. Buonanotte fiorellino!
Tra il riassetto generale, ritornano i materassi a coprire il pavimento e lentamente tutti i cuccioli si preparano per dolci sonni. I grandi però sono ancora attivi, responsabili e coscienti della strada che hanno avuto la possibilità di intraprendere. Si concentrano sui libri, riempiono quaderni , ma si soffermano a scambiare qualche parola con le loro sisters.
Quest’anno, forse per la prima volta, ho affrontato discorsi un po’ più seri con i ragazzi grandi, ora forse più pronti a sostenere il peso di una conversazione e a provare curiosità per le diversità tra le nostre culture. La loro mente si è notevolmente aperta, avendo conosciuto noi volontari di Mancikalalu, ma anche molti altri visitatori stranieri. Hanno avuto la possibilità di conoscere una realtà che prima stava solo sui libri, marginalmente. Ora la possono toccare con mano, anno dopo anno, ne sono sempre più immersi. Li incuriosiscono le differenze, ma l’impronta nazionalistica data loro fin dai primi giorni di scuola, li porta a dare un po’ per scontato gli sforzi che noi facciamo per abbracciare e rispettare le loro tradizioni (cibo, vestiti, ma non solo). Ma sono discussioni stimolanti ed estremamente vive, per noi e per loro, che ci avvicinano giorno dopo giorno e aiutano entrambi ad aprire gli occhi al mondo, e ad accettare le diversità e, lentamente, ad apprezzarle.
Immerse in questa realtà, il lavoro più duro per noi, è quello di mediazione culturale: costante, interminabile, a volte faticosa, ma che ci fa scoprire, giorno dopo giorno, il valore di condividere lo stesso sogno.
Mancikalalu, my bitter-sweet India!
Chiara, Secunderabad DICEMBRE 2009
|